FOREVER 4
Archivio: PUGILATO  

Pugni, onori e tragedia

 

la biografia di Carlos Monzon
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11 gennaio

Un rottame. Il simbolo di una vita sciupata, di un talento che stava in piedi solo sul ring. Ma che si trasformava in violenza dannata appena evaporava il suono del gong.
La storia di Carlos Monzon comincia il 7 agosto del '42. La madre, per metterlo al mondo, si sdraia su una coperta in un capanno senza pavimento. E' il sesto di dodici figli. A casa e' festa quando si puo' mangiare qualcosa.
Il primo pugno sorprende il piccolo Carlos a 8 anni: il padre, becchino, decide di spostare la famiglia da San Javier, villaggio senza promesse, a Santa Fe': cinque giorni di viaggio a piedi. Carlos si ammala di una rara forma di tifo. Perde tutti i capelli. Il medico scuote la testa ma Carlos resiste, e su quelle gambe, che resteranno sottili come un giunco, costruira' una formidabile armatura da peso medio.
La scuola e' un ricordo di pochi mesi. Carlos impara a rubare, ma a 13 anni, lustrascarpe a tempo perso viene invitato da un cliente ad andare in palestra. E le parole paura e fame, presto non hanno piu' senso. Da dilettante vince piu' di 70 incontri. Nel febbraio del '63 diventa professionista: 3000 pesos, il guadagno di 30 anni del padre, per battere Ramon Montenegro. Tre sconfitte contro avversari che avrebbe incontrato ancora e battuto e poi il titolo del Sud America. Monzon picchia e vince, ma e' uno sconosciuto quando arriva a Fiumicino per affrontare Nino Benvenuti. Un giornale scrive: Monzon chi sei? La risposta arriva il 7 novembre del '70 e congela milioni di italiani: benvenuti in ginocchio al 12esimo round. Monzon torna in patria come un eroe, accolto da 200mila persone. Sei mesi dopo a Montecarlo, chiude per sempre la carriera di Benvenuti e infila, una dopo l'altra, altre tredici difese mondiali, un record nei medi.
Uno dopo l'altro crollano campioni come Griffith, Briscoe, Napoles, Tonna. I brividi scuotono Monzon nei due incontri con Rodrigo Valdes. Il successo, la voglia di bella vita avevano reso piu' morbida la sua volonta'.
Il 30 agosto del '77, Monzon annuncia uno dei rari definitivi ritiri nella storia del pugilato. E' l'unico atto di saggezza. Fuori, Monzon pensa che la vita sia solo un prolungamento del ring. E sbaglia tutto, anche quando pensa di far carriera come attore cinematografico. Alle porte di Roma, gira "El macho" e manda all'ospedale una comparsa che aveva il solo torto di interpretare un bandito.
Quel suo sguardo obliquo, quella pelle da indio, quella sua voce aspra, lo rendono oggetto del desiderio di donne che vogliono sentirsi addosso le sue mani. E lui non delude nessuna. A Nizza, in albergo, fa l'amore in ascensore con Ursula Andress e dopo aver accompagnato l'attrice in stanza incontra in corridoio Nathalie Delon. Ed e' un altra storia in ascensore.
Episodi che lasciano odore di bruciato. Monzon si addolcisce solo con i suoi figli: tre ne aveva avuti da Mercedes, la prima delle sue tre mogli, che accecata di gelosia gli spara quando Carlos le confessa un flirt con Susanna Jimenez, la Brigitte Bardot del Sud America. Il quarto figlio arriva da Alicia Muniz, la ballerina uruguaiana con cui coincide la sua fine. Nella notte di San Valentino di dieci anni fa, dopo l'ennesima lite volano entrambi giu' dal balcone, ma il collo di lei e' serrato dalle mani di Carlos. Gli amici dell'ex campione, la notte, fanno una corsa all'obitorio e e incidono e rubano i muscoli del collo della donna per cancellare le prove.
Non tutte pero' e Monzon viene condannato a undici anni. In carcere da' l'impressione di voler cambiare, si circonda di libri. Poi sette anni di buona condotta, riceve la promessa di liberta' entro il '95. Un film troppo veloce, come quell'auto lanciata a 140 chilometri sul rettilineo di una stretta strada provinciale, domenica pomeriggio di 10 anni fa. Ha fretta di tornare al carcere di Las Floras, Monzon, dopo un permesso, e non si accorge che una ruota tocca la banchina e che tutto il mondo si capovolge. E nel momento in cui si rende conto di cosa sta accadendo, cessa di saperlo, per sempre.